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3 luglio 2009

Incendio all’inceneritore di Piacenza: i media tacciono












da terranauta.it

di Elisabeth Zoja

A metà giugno un incendio all’inceneritore di Piacenza ha fatto scattare l’allarme diossina. Ancora non si conoscono le quantità di questa sostanza e di idrocarburi aromatici rilasciati nell’atmosfera e nel terreno. Nel silenzio dei mass media, l'Arpa aveva invitato la gente a chiudersi in casa e "lavare bene le verdure". Ma gli inceneritori non erano sicuri?

“Tenete chiuse le finestre, non muovetevi da casa”, questo l’ordine lanciato da Vittorino Francani dell’Arpa (Agenzia regionale per ambiente e prevenzione), fra i primi ad accorrere sul luogo dell’incendio. Alle 18:40 di giovedì 11 giugno un capannone con una superficie di mezzo chilometro quadrato ha preso fuoco. Era il deposito rifiuti dell’inceneritore di Piacenza.

Al suo interno si trovavano tonnellate di plastica, metallo, carta e legno. Benché questi imballaggi e scarti industriali fossero destinati alla combustione, non erano ancora stati né separati né puliti. Del resto gli effetti di un simile incendio non sono in alcun modo paragonabili a quelli di una combustione all’interno di un inceneritore munito di filtri. (Nemmeno questi però rendono il processo sicuro e pulito, poiché non catturano le polveri sottili che, oltre a creare gravi danni alla salute, restano nell’atmosfera per sempre).

I gas emessi durante l’incendio hanno formato una nube nera che ha continuato ad alzarsi anche dopo lo spegnimento del rogo, avvenuto dopo oltre due ore. La nube, trasportata dal vento, ha viaggiato per chilometri verso nord-est, coprendo così di nero il cielo dell’hinterland di Piacenza.

Quel che ha dato il colore alla nube è stata la diossina, che si sprigiona ogni volta che bruciano plastica o cartone sporco.

Tali gas possono causare problemi immediati (blocchi respiratori, tosse e fastidi agli occhi), ma anche danni ai polmoni protratti nel tempo, spiega Pietro Bottrighi, primario del reparto di pneumologia all’ospedale di Piacenza.

Nonostante questi rischi, nessun paziente si è recato al Pronto soccorso con sintomatologie respiratorie acute, dichiara l’Azienda unità sanitaria locale (Ausl) di Piacenza.

Oltre a rimanere in casa però, i tecnici del dipartimento di Sanità pubblica hanno consigliato di lavare bene la frutta e la verdura proveniente dagli orti della zona. L’Arpa ha proseguito gli accertamenti presso il centro Enìa (società che gestisce impianti ambientali di pubblica utilità), effettuando campionamenti dei terreni e dei vegetali nell’area interessata.

Ha inoltre prelevato i filtri della centralina di monitoraggio ambientale di Gerbido, per effettuare rilievi sull’emissione di diossina e di IPA (idrocarburi policiclici aromatici). Il tutto è stato inviato nella sede di Ravenna per gli esami necessari. “Al momento abbiamo rilevato un aumento dei livelli di monossido di carbonio e degli idrocarburi”, ha dichiarato Sandro Fabbri, direttore di Arpa Piacenza.

La pubblicazione delle quantità di diossine e idrocarburi aromatici presenti nel terreno e nell’atmosfera però, non è ancora avvenuta.

Oltre ai danni ambientali vi sono quelli economici, che comunque risultano “tutto sommato modesti, viste anche le dimensioni dell’incendio”, si legge nel giornale locale Libertà.

Grazie all’intervento dei dipendenti di Enìa si tratta ‘solo’ di qualche decina di migliaia di euro: “Abbiamo salvato il trituratore, la macchina che trita i rifiuti e che è molto costosa, poi con gli estintori abbiamo tentato di fermare le fiamme, ma erano troppo forti e ci sono voluti i vigili del fuoco” racconta Anselmo Baistrocchi, responsabile degli impianti Enìa.

I giornali locali (gli unici a parlarne) hanno attribuito l’incendio a un’autocombustione favorita dal calore. Ammesso che questa spiegazione venga confermata, si tratterebbe comunque di un problema grave. L’apparente spontaneità dell’autocombustione, però, non attenua la responsabilità di chi ha trascurato le misure di sicurezza che avrebbero dovuto evitarla.

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26 giugno 2009

Ue, Consiglio Ambiente, direttiva inquinamento industriale “Compromesso al ribasso. Questa flessibilità è un autogol per l’Italia”








E’ decisamente critica Legambiente sull’accordo raggiunto oggi in seno al Consiglio dei ministri dell’Ambiente a Lussemburgo sulla direttiva sulle emissioni industriali. “Un compromesso al ribasso – dichiara Stefano Ciafani, responsabile scientifico dell’associazione ambientalista - che, in nome della flessibilità, garantisce enormi deroghe alle autorità nazionali nell’applicazione delle migliori tecniche disponibili negli impianti industriali. In questo caso, però, la flessibilità non fa bene né all’ambiente e alla salute, né alla competitività economica del nostro Paese. E’, anzi, un vero e proprio autogol, che rischia di compromettere nei processi produttivi e nell’abbattimento delle emissioni industriali delle nostre imprese proprio quell’innovazione che ne garantisce il valore aggiunto sui mercati globali”.

Legambiente ricorda che agli inquinanti “classici” che il traffico riversa nelle città, in alcune zone d’Italia si sommano i composti chimici, tossici e in alcuni casi cancerogeni emessi da fonti industriali: diossine e furani, policlorobifenili, mercurio, piombo o cadmio. E sottolinea l’urgenza di interventi migliorativi negli impianti industriali italiani per difendere l’ambiente e la salute dei cittadini che vivono nei pressi dei siti produttivi. Infatti, secondo l’Inventario nazionale delle emissioni in atmosfera di Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, nel 2006 in Italia l’industria ha emesso il 95% del totale dell’arsenico scaricato in atmosfera da tutte le fonti, il 90% del cromo, l’87% dei Pcb, l’83% del piombo, il 75% del mercurio, il 72% di diossine e furani, il 61% di cadmio. Sono stati emesse in atmosfera 388mila tonnellate circa di ossidi di zolfo (SOx), il 78% delle quali deriva da fonti industriali, soprattutto dalla produzione di energia, mentre il 15% è stato emesso dai trasporti non stradali, prevalentemente marittimi; poco più di 173mila tonnellate di polveri sottili (PM10), emesse per il 28% del totale dalle attività industriali e per il 27% dai trasporti stradali; oltre 1 milione di tonnellate di ossidi di azoto (NOx), il 44% dei quali derivanti dal traffico stradale, mentre il 25% è dovuto all’industria.

“Fortunatamente la partita non è ancora chiusa - aggiunge Ciafani -, la palla passa all’Europarlamento e ci impegneremo affinché il nuovo Parlamento riconfermi la posizione equilibrata e innovativa avanzata in prima lettura a marzo scorso. Le deroghe non devono allargare la maglia della rete dei controlli ambientali e le norme sulle migliori tecniche disponibili devono essere quanto più rigorose nei limiti per garantire la tutela ambientale e della salute dei cittadini”.

L’ufficio stampa 06 86268399 - 76 - 53

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